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6 Novembre, 2025

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DEI: segnali di riflusso e rischio di credibilità per le aziende

Negli ultimi anni la Diversity, Equity & Inclusion (DEI) è stata uno dei cardini della comunicazione corporate delle grandi aziende. Oggi affiorano segnali di riflusso, soprattutto negli Stati Uniti: diversi indicatori mostrano un rallentamento nella comunicazione degli obiettivi DEI e, in modo emblematico, Meta ha reso pubblica la riduzione di alcune iniziative legate alla diversity e alla formazione inclusiva. La spinta a ridurre la visibilità su temi percepiti come controversi è comprensibile nel breve termine; nel medio periodo, però, può aprire fronti di vulnerabilità.

Oltre l’80% dei dirigenti C‑level statunitensi ritiene che ridurre gli sforzi DEI aumenti i rischi reputazionali, legali, finanziari e di perdita di talenti (studio Catalyst / NYU Law).

Un arretramento che può costare: tra prudenza e boomerang

La scelta di abbassare il profilo su DEI nasce dall’esigenza di non esporsi su terreni polarizzati. Ma la dinamica presenta un rovescio della medaglia. Quando l’impegno dichiarato non si traduce in azioni visibili, la percezione pubblica scivola rapidamente dalla fiducia al sospetto: la DEI smette di essere un asset e diventa un fattore di rischio. In altre parole, ciò che protegge dall’onda polemica del presente può compromettere la credibilità nel tempo.

Nel linguaggio della reputazione, coerenza e continuità funzionano come moltiplicatori. Discontinuità e ambiguità, al contrario, alimentano i dubbi: si è trattato di una moda comunicativa? C’è sostanza dietro gli slogan? Il caso Meta—al netto delle motivazioni—è diventato un segnale osservato da molti interlocutori: investitori, media, lavoratori. In assenza di iniziative sostitutive o percorsi di lungo periodo, il messaggio che arriva all’esterno rischia di essere interpretato come arretramento.

Italia: cosa vedono i lavoratori tra valori, prassi e quotidianità

Uno sguardo al contesto italiano, la ricerca “Oltre le diversità” condotta da noi per Tack TMI su un campione di 1.500 lavoratori italiani.:

  • Valori condivisi, ma non solo di facciata
    Per il 93% degli intervistati è importante che l’azienda condivida valori simili ai propri. Tra i valori più citati emergono rispetto e qualità delle relazioni nell’ambiente di lavoro. È un segnale chiaro: i valori servono come bussola, ma devono orientare decisioni e comportamenti.
  • Il gap tra parole e azioni
    Qui si apre la frattura più evidente. Il 64% ritiene che molte aziende parlino di inclusione senza però agire sulle singole situazioni. In altre parole, la narrazione c’è; manca la presa in carico dei casi concreti. Questo scarto incide direttamente sulla credibilità: le promesse non smentite dai fatti diventano fragili.
  • Strumenti operativi: la prova del nove
    Solo il 37% degli intervistati percepisce che la propria azienda disponga di strumenti concreti per gestire le differenze nel quotidiano. Procedure, canali, supporti: senza questi elementi, anche le intenzioni migliori rischiano di restare astratte. È qui che si misura la differenza tra slogan e operatività.
  • Discriminazioni: percezione diffusa, esperienze dirette
    Il 91% degli intervistati percepisce che il mondo del lavoro sia anche fatto di discriminazioni; il 28% dichiara di esserne stato vittima in prima persona, soprattutto per età, genere e aspetto fisico. Sono numeri che riportano la discussione sul terreno concreto: non questioni di principio, ma situazioni che le organizzazioni devono saper affrontare.

Formazione: il segnale che rende credibile l’impegno

Tra le leve disponibili, la formazione occupa un posto particolare: è visibile, misurabile, ripetibile. Nonostante l’interesse dichiarato dai lavoratori, il dato di partenza è modesto: solo il 21% ha partecipato a iniziative di formazione dedicate alla DEI. Qui si colloca un margine di miglioramento immediato. La formazione non risolve tutto, ma crea linguaggi comuni, alza l’attenzione sulle situazioni reali, rende più rapida e consistente la risposta organizzativa.

Quando alla comunicazione seguono percorsi strutturati di formazione, l’impegno diventa tangibile e, soprattutto, verificabile nel tempo.

Che cosa vuol dire “presidiare” la DEI (senza slogan)

Dalle evidenze emerge una linea semplice:

  • Continuità: non stop‑and‑go. Gli impegni non devono inseguire il ciclo delle polemiche, ma mantenere una traiettoria chiara.
  • Visibilità degli strumenti: far conoscere e rendere accessibili processi e canali per gestire le differenze e i casi.
  • Formazione come infrastruttura: non eventi isolati, ma percorsi ricorrenti che aiutino le persone a riconoscere situazioni, linguaggi, ruoli.

Queste indicazioni non introducono nuove informazioni: traducono in pratica ciò che i dati mostrano. Se i lavoratori chiedono coerenza e strumenti, è lì che si deve concentrare l’attenzione.

Che cosa dicono i dati (Italia)

  • Valori condivisi (93%) — Per la grande maggioranza conta che l’azienda condivida valori simili ai propri; tra i più citati: rispetto e qualità delle relazioni.
  • Parole vs azioni (64%) — Molte aziende parlano di inclusione ma non intervengono nelle singole situazioni: il nodo è l’applicazione concreta.
  • Strumenti (37%) — Poco più di un terzo percepisce strumenti operativi per gestire le differenze nel quotidiano.
  • Discriminazioni percepite (91%) — Per quasi tutti il lavoro di ogni giorno è anche fatto di discriminazioni.
  • Discriminazioni vissute (28%) — Oltre un quarto dichiara un’esperienza diretta, soprattutto per età, genere e aspetto fisico.
  • Formazione (21%) — La leva più praticabile ma ancora sottoutilizzata: pochi hanno partecipato a percorsi dedicati.

In sintesi: le persone chiedono coerenza e strumenti; la formazione è il primo passo visibile.

La posta in gioco: asset o rischio?

Le tematiche DEI restano una lama a doppio taglio. Possono essere un asset quando sono presidiate con continuità e sostenute da azioni—strumenti, processi, formazione. Diventano un rischio quando rimangono solo comunicazione, perché alimentano la polarizzazione e minano la fiducia. Questo vale nei contesti più esposti alla controversia, come gli Stati Uniti, e vale in Italia, dove i lavoratori mettono al centro coerenza e qualità delle relazioni.

La domanda finale, per le aziende, è meno ideologica di quanto sembri: preferire un sollievo comunicativo di breve periodo o consolidare una reputazione capace di tenere nel tempo? I dati indicano la seconda opzione.